Sessismo. La scuola non sia complice

aprile 20, 2014 § Lascia un commento

celeste grossi

éMolte donne e alcuni uomini hanno preso parola, nei mesi scorsi, sugli insulti sessisti urlati alla Camera e postati sui social network. Riflettere con ragazze e ragazzi, a casa e a scuola, su queste violenze di genere è urgente per uscire dalla complicità che talvolta si manifesta anche nei luoghi dell’educazione “trasmettendo” la cultura che ha modellato la società basandosi sull’esclusione di uno dei due sessi. Come possiamo pensare di creare nelle giovani generazioni una consapevolezza di genere se a scuola si continua a educare ragazze e ragazzi senza tener conto delle loro differenze?

 

Come se non bastasse il comportamento di alcuni parlamentari, recentemente ci si è messo anche il Miur. Il ministero, sulla scorta di dichiarazioni del cardinale Bagnasco sul settimanale Avvenire, dell’Agesc, di altre associazioni di scuola e genitori cattolici e di alcuni senatori della Repubblica − Giovanardi, Sacconi, Formigoni, Compagna, Chiavaroli e Bianconi −, ha irresponsabilmente bloccato la diffusione nelle scuole di opuscoli informativi su «temi riguardanti la violenza di genere, la violenza nei confronti dei minori, la pedopornografia, anche on line, il bullismo anche quello a sfondo omofobico e transfobico». La campagna di informazione sul bullismo omofobico nelle scuole era stata realizzata dall’Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale a seguito di un protocollo di intesa Miur – Pari Opportunità.

 

Che le offese sessiste sono una violazione dei diritti umani lo dice la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica” sottoscritta a Istanbul nel 2011 e ratificata dal Parlamento italiano a giugno 2013. «La violenza nei confronti delle donne è una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, e comprende tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica, economica, comprese le minacce di compiere tali atti. E certo era minacciosa la lettera con proiettile, indirizzata a Laura Boldrini. In essa è scritto perfino scritto: «Ti getteremo dell’acido addosso». E l’acido, non solo a me, fa venire in mente una pratica purtroppo ancora diffusa in Asia agita da uomini nei confronti di donne.

 

Il posto delle donne nella società degli uomini

«Dai bar sport, dalle piazze, dagli interni di famiglia alle aule parlamentari [n.d.r. aggiungerei anche dalle aule scolastiche], quelle che oggi erompono come “rimosso” di un patriarcato in declino sono storie di ordinaria violenza sessista. La libertà delle donne di decidere sulla propria vita, il loro ingresso nei luoghi di potere tradizionalmente maschili, non poteva passare senza scuotere certezze, privilegi, prerogative di dominio ritenute “naturali” e immodificabili, nell’ambito domestico come nelle istituzioni e nei linguaggi della sfera pubblica». Così scrive Lea Meandri.

Le donne «[…] in questo modo si (ri) mettono al posto più basso della catena di potere: si riducono a oggetti di piacere della sessualità maschile, si ribadisce che, anche se la modernità talvolta si deve piegare ad ammetterle in luoghi diversi dalla cucina e dalla camera da letto, sempre lì dovrebbero stare». Scrive ha scritto Monica Lanfranco (vedi “Insulti sessuali: perché le donne?” su école, nella rubrica L’ultima parola.

 

Atonia Sani aggiunge: «Le più anziane di noi ricordano la famosa barzelletta su Lana Turner “La sola lana che vale più all’etto che al kilo“. Gli uomini ridevano tutti, di destra o di sinistra… E il detto veneto sulle donne dabbeneChe la faga, che la tasa, che la staga in casa. E se la va fora , che la vaga in cesa” (che faccia, che taccia, che stia in casa, e se deve uscire, che vada in Chiesa). Detto che attraversa l’Europa di ieri (e di oggi), poiché lo troviamo in Germania con le tre “K” che definiscono la donna onestaKinder, Kuche, Kirche” (figli, cucina, Chiesa).

Ma ciò che più preoccupa è che questo scenario definito “fascista” è stato ereditato, ancora oggi anche da giovani di sinistra. Ricordo una manifestazione davanti al MIUR quando ministra alla Pubblica Istruzione era Rosa Russo Jervolino. I giovani compagni avevano appeso uno striscione con la scritta “Rosa, va’ in cucina!”, Non vedo ricette nell’immediato se non in una presa… di coscienza di almeno una parte dell’universo maschile…».

 

Gli uomini prendono parola

Le generalizzazioni e le semplificazioni non aiutano. Non tutti gli uomini sono maschilisti e non tutte le violenze compiute da uomini sono violenze di genere. Gli schiaffi di Dambruoso alla deputata Lupo del Movimento 5 stelle sono sicuramente una forma di violenza esecrabile, ma probabilmente Dambruoso avrebbe schiaffeggiato ugualmente un parlamentare maschio che avesse tentato la scalata ai banchi della presidenza. Non voglio giustificare Dambruoso, ma non mi sembra corretto accusarlo di violenza “di genere”. In ogni modo il suo gesto violento non può essere confrontato con le minacce e le volgarità sessiste contro Laura Boldrini e alcune parlamentari del Pd.

Anche Dario Fo, da sempre vicino al Movimento 5 stelle, ha definito le contestazione dei grillini in aula ai danni della presidente Boldrini «Una provocazione stupida con un effetto degradante su chi l’ha commessa». E ha aggiunto: «Con il pensiero allebattaglie di Franca mi vengono i brividi a pensare che ancora si faccia uso di certe metafore da sempre utilizzate dal potere maschile».

Mi colpisce che a esprimere il disagio degli uomini siano persone di una certa età. «Sarà il caso che anche noi maschi si dica la nostra. Perché tacere? Per vergogna, per inadeguatezza, per cattiva coscienza? Cerchiamo di farcela. − Ha scritto Nino Lisi sul suo profilo di facebook. − Credevo che il becero maschilismo di quando ero ragazzo fosse scomparso, quello che caratterizzava la vecchia cultura del nostro paese per la quale il maschio riteneva ovvio che le donne si potessero distinguere tra le “proprie” (madre, sorelle, mogli e figlie) e le “altre”. Alle “proprie” imponeva il regime di casa e chiesa, in cambio assicurando loro −  non richiesto − il rispetto degli altri maschi. Verso le “altre” riteneva di potersi rivolgere con apprezzamenti pesanti, ammiccamenti e proposte audaci, quando non passava a vie di fatto.Mi sono sbagliato. Quella cultura non era scomparsa, era solo nascosta. Nascosta nel profondo dell’animo di noi maschi a cui una certa evoluzione culturale e le buone maniere avevano insegnato a contenerla e controllarla in situazioni di normalità, ma non a distruggerla. Così, quando gli animi si scaldano al calor bianco, al punto di far perdere o ridurre le capacità di controllo, ecco che il maschilismo emerge nelle forme più becere e virulente che si possano immaginare. Non lo dimostrano solo le frequenti violenze dei maschi contro le donne. Lo rivela anche quanto è accaduto ai danni delle donne ad opera dei maschi in occasione della degenerazione del dibattito parlamentare. Si è provato (e ci si è riusciti) a buttare la cosa in politica. Ci si è affannati infatti a distinguere l’appartenenza partitica delle deputate offese e dei deputati che le hanno offese, a contare quante delle prime fossero di un partito e quante di un altro. Così con i maschi. Ma credo che ne vada fatta un’altra lettura. La politica non c’entra, nel senso che essa ha solo fornito l’occasione delle deflagrazione del conflitto, scaldando gli animi al calor bianco. Il conflitto è stato ed è un conflitto di genere. Sono i maschi che sono esplosi, che non hanno sopportato che nel Parlamento ci fossero tante donne, giovani e capaci di protagonismo politico alla pari degli uomini, che anzi si mostrano spesso più brave, competenti e intelligenti. Sono stati i maschi che non hanno sopportato di non poter più distinguere le donne tra le “proprie” e le “altre”, nell’un caso come nell’altro oggetti sessuali di cui disporre sebbene con modalità diverse. Con gli insulti a sfondo sessuale, forse inconsciamente, inconsapevolmente, hanno rimesso le cose a posto. Anzi hanno rimesso le donne al loro posto, svelando ciò che forse nemmeno a loro era noto, cioè che nel proprio intimo non sono capaci di vedere le donne che come oggetti delle proprie pulsioni sessuali. Attenzione, però; non creiamoci i soliti capri espiatori. La questione non riguarda solo i deputati, la cosiddetta casta, perché non è vero che c’è una società civile buona ed un ceto politico cattivo. La politica e lo stesso Parlamento non sono che lo specchio, la proiezione della società. Quel che è accaduto in Parlamento è dunque una spia allarmante di quanto maschilismo ci sia ancora in noi maschi italiani. Ed è tanto più allarmante se si considera l’età dei protagonisti. Non sono vecchi come me, ma molto più giovani. E questo è davvero grave».

 

 

Il linguaggio dei giovani e le responsabilità della scuola

A me sembra che ci sia anche un’ulteriore questione su cui riflettere amaramente: gli insulti sessisti vengono usati anche dalle giovani donne. A questo proposito ho trovato molto interessante la riflessione di Rosangela Pesenti, insegnante di Storia e Letteratura, scrittora e saggista nell’articolo “Non si tratta solo di linguaggio”, pubblicato sul trimestrale Marea, N. 3/ 2013 e ora anche sul sito dell’autrice www.rosangelapesenti.it. «Maschi e femmine, senza distinzione, cresciuti insieme nell’uguaglianza neutra (e quindi maschilista) della scuola e nelle attribuzioni stereotipate di genere propugnate dai media, si parlano con epiteti che solo pochi anni fa circolavano solo nei litigi più feroci. Un linguaggio paritariamente sessista e omofobo, spesso razzista, praticato da maschi e femmine collocati a vari gradi di stratificazione di potere nel gruppo dei pari. Chi non possiede questo linguaggio, per educazione, o perché ne è vittima, spesso resta in silenzio o partecipa con sorrisini imbarazzati e posture goffe, a segnalare una sconfitta personale che è solo il sintomo di accadimenti sociali di cui non hanno (almeno non ancora) responsabilità».

Continua Pesenti: «Il linguaggio è diventato insignificante rozzo e violento anche perché quello imparato a scuola, l’elenco infinito di nozioni e ragionamenti preconfezionati, gira a vuoto senza far presa sul mondo, che diventa quindi incomprensibile, letteralmente: non si può prendere, né accarezzare del resto, o ascoltare, intuire, utilizzare, odorare, aspettare, pensare…».

«La possibilità è anche nella costruzione di innovative discontinuità, ricordando che genitori e scuola non possiamo sceglierli, ma possiamo farlo per maestre e maestri, e con piena responsabilità».

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